Breve riassunto di un anno in cui ho cambiato (quasi) tutto

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Ravanello gigante | illustrazione di Tostoini
[Nell’immagine, il mio animale totemico e guida per il 2015: il ravanello ha ragione Farabegoli, è una rapa gigante]
Questo è il tipico di post da fine dell’anno, tempo della riflessione e della digestione, ma a fine anno è successo di tutto, e visto che non ci potevo fare molto ho deciso di abbracciare l’imprevisto, fare sì che non facesse troppi danni e godermelo. Ho spostato del lavoro, quello che non potevo spostare l’ho fatto da una biblioteca e per il resto ho passeggiato tra polli sultani e fenicotteri e visto la neve a Cagliari.
Ho ripreso i ritmi normali più tardi di quello che mettevo in conto. Visto che neanche su questo potevo farci molto anziché fare tutto in fretta e furia ho preso la via più lenta: fare le cose nell’ordine in cui sono da fare, con attenzione, mettendoci il tempo che serve per non far casini. E soprattutto chiedendo scusa. Ecco come ci è arrivato un post del genere a gennaio quasi finito: prima c’erano le cose importanti.
Il 2014 è stato un anno insolito: è stato l’anno in cui alla mia bella età ho cambiato completamente strada e ho deciso di provare a fare da professionista il lavoro che volevo fare dall’inizio (complice anche il classico momento ma tu nella vita cosa vuoi fare?).
In realtà il 2014 non è il primo anno di questo cambiamento, è cominciato nel 2013, ma non mi sono sentita autorizzata a fare bilanci per capire se stesse funzionando oppure no sino ad adesso. La cosa bizzarra è che non mi sentivo autorizzata proprio perché avevo fatto le cose con un po’ di criterio, pianificando, mettendo da parte dei soldi apposta, tenendo conto anche della possibilità che andasse male. Non so se rendo l’idea della perversione: siccome non mi ero lanciata nel vuoto con addosso solo una camicia non mi sentivo in diritto di essere soddisfatta di non essermi spiaccicata.
Ad accompagnarmi per l’anno appena passato oltre a una contentezza al limite dell’indecente ci sono state due paure. Anzi no, chiamiamole con loro nome: terrore puro.
Il terrore di non farcela e il terrore di non essere in diritto di star lì e fare quello che si sta facendo.
Non farcela è un terrore molto concreto, è il terrore di un adulto che decide di cambiare mestiere e dal suo nuovo mestiere deve ricavarne abbastanza di che pagare tasse e bollette. Perché di soldi non si parla mai e farsi un’idea realistica di quanti ne servano è davvero complicato.
Il terrore dell’impostore è più sottile. È la sensazione di non essere titolati a fare quello che si sta facendo. È il terrore che qualcuno un giorno ti dica “Cosa pensi di fare tu qui? Cos’è che vuoi fare? L’illustratrice? Metti giù quella matita e e lascia fare ai professionisti“.
L’unico rimedio contro il terrore dell’impostore è studiare e fare le cose che ci son da fare. Sto studiando per imparare le cose che non so fare ed è difficile recuperare il terreno perduto, recuperare anni dedicati a tutt’altro che all’illustrazione (per quanto sia convinta che arrivarci per la strada lunga e tortuosa abbia avuto la sua importanza, però forse è il tema per un altro post). So anche che per tre anni mi sono scelta una vita ben strana, in cui a volte mi dimentico la normalità delle cose: la gente esce, va a i concerti, al cinema, alle mostre anziché rispondere “non posso sono a lezione” o “non posso questo mese non c’ho una lira”. Nel terrore dell’impostore c’è anche un aspetto che ha a che fare col fatto che per forza di cose saranno tutti più bravi e più giovani di te. Bisogna farci pace il prima possibile, impegnarsi il più possibile, e non avere paura di chiedere aiuto a chi ne sa di più.
Comunque in questo anno e mezzo ho avuto il pacchetto completo: i lavori che saltano all’ultimo momento (e per ultimo momento intendo la mattina stessa, mentre sei lì lì per prendere un treno), il cliente che non paga, da ognuna delle sòle che ho preso ho imparato a fare meglio i conti, a tenere in conto gli imprevisti e a tenere a portata di mano un piano di riserva. Poteva andare meglio, potevo chiudere l’anno più tranquilla, potevo un sacco di cose: rimane il fatto che posso permettermi di continuare questo esperimento per un altro anno. Quello che faccio mi piace molto, e anche le parti che mi piacciono meno sono fatte per me, e questo mi dà la sensazione di non aver lavorato un giorno nell’ultimo anno e mezzo, nonostante sia stato proprio l’opposto, comprese le volte con le tirate sino alle tre di notte e la sveglia alle sei.
Ho imparato che l’autoproduzione saranno pure spicci ma a volte sono quelli spicci che pagano le bollette o sono il seme di cose più grandi. Ho imparato a fare pace con fatto che se torno da scuola alle dieci e mezzo passate e mangio a mezzanotte probabilmente pranzerò alle quattro di pomeriggio e difficilmente sarò in piedi al primo canto del gallo. Che non tutte le mattine mi siederò alla scrivania vestita di tutto punto (saranno più quelle col tutone pericolosamente pigiamiforme). E che sono tutte cose da migliorare ma che non sono la cosa più importante ora.
Ogni anno da quattro anni a questa parte mi segno sull’agenda delle cose importanti le cose buone e quelle meno buone dell’anno appena trascorso, e quest’anno la lista è lunghissima. Sono stata a Bologna, a Lucca Junior, ho illustrato per un ebook, una rubrica di moda e per una rivista, ho imparato a fare un libro con ago e filo e ho sono stata in una marea di posti nuovi, tanto per dirne qualcuna. In tutte queste cose convivono un grande senso d’orgoglio per le cose fatte e la paura che possa finire tutto da un momento all’altro. Ma d’altra parte era quello che mi ero detta quando ho cominciato.
Per quest’anno nuovo ho dei piani ancora più corposi ma ho anche imparato a calcolare meglio le mie capacità, il mio tempo e i miei strumenti.
Ho imparato  anche che tenere tutto in equilibrio è un gran casino e qualcosa finisce per forza per farne le spese.
Ho imparato anche che devo ricordarmi dei miei limiti più strettamente fisici, e se il 76% di me – dati ufficiali dell’ultima rilevazione – sta bene ci saranno comunque giorni che sarò stanca e starò male senza una ragione, e dovrò metterli in conto. Però alla fine il 76% è un sette e mezzo abbondante, se l’avessi preso in un compito in classe sarei stata più che soddisfatta perciò non ho di che lamentarmi.
L’ultima cosa che ho imparato è che pure tra le cose belle c’è una gerarchia.
Se vuoi fare quello che stai facendo ci sono un sacco di cose a cui rinunciare, possono essere i numeri di Andersen, i nuovi libri da leggere, la musica appena uscita, l’ennesimo incontro fighissimo allo Spazio B**k.
Quest’anno ne siamo usciti vivi e di buon umore. Ora proviamo a uscire vivi e di buon umore anche da questo che arriva.